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21 novembre 2019

Coma nel paziente diabetico, diagnosi possibili

Correlato al diabete
Ipoglicemia
Chetoacidosi diabetica
Coma iperglicemico iperosmolare
Acidosi lattica


Non correlato al diabete

Alcool o altri farmaci tossici
Incidente cerebrovascolare o trauma cranico
Uremia

Nefrotossicitá da mezzi di contrasto

I mezzi di contrasto radiografico possono essere direttamente nefrotossici.  
La nefropatia da mezzi di contrasto è la terza causa principale di insufficienza renale acuta nei pazienti ospedalizzati e si pensa che sia il risultato della combinazione sinergica della tossicità epiteliale a livello delle cellule tubulari renali e dell'ischemia midollare renale.  

I fattori predisponenti includono:
-l'età avanzata
-una malattia renale preesistente (creatinina sierica maggiore di 2 mg/dL); 
-una riduzione del volume plasmatico
-una nefropatia diabetica
-un'insufficienza cardiaca
-il mieloma multiplo
-dosi ripetute di mezzo di contrasto
-una recente esposizione ad altri agenti nefrotossici, tra cui NSAID e ACE inibitori.  

NB. La combinazione di diabete mellito preesistente e disfunzione renale rappresenta il rischio maggiore (15-50%) per la nefropatia da mezzi di contrasto.  

Nei pazienti ad alto rischio si raccomandano volumi di mezzi di contrasto ridotti con una minore osmolalità.  

La tossicità di solito si verifica entro 24-48 ore dopo lo studio radiografico.  
I supporti di contrasto non ionico possono essere meno tossici, ma tutto ció non è stato ben dimostrato.  


Come prevenire la tossicitá
La prevenzione della nefropatia da contrasto è l'obiettivo principale allorquando si utilizzano questi agenti.  

La chiave della terapia è semplicemente l'infusione di 500-1000 mL di soluz. salina intravenosa 0.9% in 10-12 ore, sia prima che dopo la somministrazione del mezzo di contrasto (da somministrare con cautela in pazienti con disfunzione cardiaca preesistente)

Altri agenti nefrotossici dovrebbero essere evitati durante il giorno prima e il giorno dopo la somministrazione del mezzo di contrasto.  

La N-acetilcisteina, un antiossidante contenente tiolo, il cui meccanismo d'azione non è chiaro, è stata proposta per ridurre l'incidenza di nefropatia da contrasto quando somministrata prima e dopo l'agente di contrasto.  

Purtroppo comunque non  è stato dimostrato alcun beneficio con l'uso di N-acetilcisteina rispetto alla normale soluzione salina.

Sindrome simpaticolitica

La pressione sanguigna e la frequenza cardiaca sono ridotte e la temperatura corporea è bassa.

Le pupille sono piccole o addirittura puntiformi.

I pazienti presentano solitamente ottundimento del sensorio o coma.

Sostanze che possono provocare la sindrome: 
barbiturici, benzodiazepine e altri ipnotici sedativi, gamma-idrossibutirrato, clonidina e antiipertensivi correlati, etanolo, oppioidi.

20 novembre 2019

Sindrome anticolinergica da farmaci

Una tachicardia con ipertensione lieve è comune e la temperatura corporea è spesso elevata. 
Le pupille sono molto dilatate. 
La cute è arrossata, calda e secca. 
La peristalsi è ridotta e la ritenzione urinaria è comune. 
I pazienti possono presentare movimenti mioclonici o movimenti coreoatetoidi. 
Si osserva spesso un delirio agitato e può verificarsi una grave ipertermia.

Sostanze responsabili: atropina, scopolamina, altri anticolinergici naturali e farmacologici, antistaminici, antidepressivi triciclici.

La SIC appulo lucana compie 50 anni: congresso a Bari


BARI - Mezzo secolo e non sentirne il peso. Il congresso annuale della Società italiana di cardiologia ha un sapore particolare. Se la SIC nazionale compie 80 anni, quella appulo-lucana presieduta dal dott. Giancarlo Piccinni festeggia i suoi primi 50 anni. Tradizione a parte, il congresso, la cui direzione scientifica è curata anche dal prof. Marco Matteo Ciccone, si conferma un momento importante di confronto tra cardiologi, cardiochirurghi e chirurghi vascolari pugliesi e lucani sui percorsi diagnostici e sulle procedure per migliorare i risultati organizzativi e terapeutici.

Un evento che, sull’onda di un connubio ormai rodato, vede impegnate la SIC da un lato e, dall’altro, l’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (ANMCO). Ovvero le due più rappresentative e prestigiose associazioni di medici cardiologi. L’appuntamento è a Bari, per venerdì 22 e sabato 23 novembrepresso il Nicolaus hotel. Articolato sulle due giornate, durante il congresso saranno discusse le linee guida, nonché i Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali(PDTA) per affrontare al meglio le malattie cardiovascolari. Più nel dettaglio, saranno individuati e chiariti i passaggi più importanti dell’assistenza, dell’organizzazione sanitaria e della ricerca nel settore cardiovascolare.

Al centro dei lavori, in particolare, una road map per la presa in carico del paziente sulla base delle reti tempo-dipendenti, ovvero l’individuazione di un preciso timing per gli interventi, nonché del luogo di cura più appropriato a seconda delle caratteristiche della gravità delle patologie. Un percorso che vede la Puglia tra le prime regioni italiane ad avere individuato procedure salvavita in caso di infarto, arresto cardiaco, ictus o embolia polmonare.

Ma il congresso rappresenta anche un importante momento di confronto per fare il punto sullo stato dell’arte della prevenzione nelle malattie cardiovascolari anche in ragione di un fenomeno che sembra in ascesa, ovvero l’infarto “giovanile”: si registrano infatti sempre più casi di eventi che colpiscono soggetti con meno di 60 anni. Dagli stili di vitaai farmaci che hanno dimostrato ottimi risultati anche su questo aspetto, si preannunciano due giornate intense.

Si parlerà, inoltre, della prevenzione primaria del rischio cardiovascolare, ma anche del rapporto medico-pazienteche sta vivendo un momento di crisi. Come archiviare la stagione della conflittualità per ritornare a una relazione di maggiore fiducia? Va letto in quest’ottica il contributo che durante i lavori sarà dato dall’Associazione cardiopatici affetti da patologie congenite. Insomma, in un congresso scientifico una finestra importante riservata al malato e al suo rapporto con il medico.

Infine, una sessione sarà dedicata alla cosiddetta “polipillola”. Spesso, una volta dimesso, al paziente cardiopatico vengono prescritte anche 10-12 pillole al giorno, con il rischio che il malato vada incontro a confusione o dimenticanze. In soccorso viene la polipillola che racchiude più compresse in una. L’obiettivo è aumentare l’aderenza alla terapia e quindi ridurre la mortalità e nuove ospedalizzazioni.

17 novembre 2019

Betabloccanti croce e delizia negli anziani

Gli anziani sono più sensibili alla fatica, alle vertigini, alla depressione, all'intolleranza all'esercizio, al blocco atrioventricolare e all'impotenza che può derivare dai betabloccanti. 
Può essere necessario ridurre la dose di tali farmaci a causa di uno di questi effetti indesiderati. 

L'interruzione dei beta bloccanti dovrebbe essere sempre evitata, se possibile, poiché essi riducono la mortalitá nei pazienti anziani, soprattutto se hanno subito un infarto miocardico. 
Questo beneficio persiste in pazienti > 65 a. con disfunzione ventricolare sinistra che sono in trattamento anche con un ACEinibitore

Alcune notizie essenziali per la diagnosi di tetano

Cerca:
anamnesi di ferite e di possibile contaminazione.
rigidità muscolare della mandibola (blocco), poi spasmo (trisma).
rigidità del collo e degli altri muscoli, disfagia, irritabilità, iperreflessia.
infine, convulsioni dolorose precipitate da stimoli minimi.


Considerazioni generali

Il tetano è causato da una neurotossina la tetanospasmina, elaborata dal C tetani. 
Le spore di questo organismo sono onnipresenti nel suolo e possono germinare quando introdotte in una ferita. 
I batteri vegetativi producono tetanospasmina, una zincproteasi che rompe la sinaptobrevina, una proteina essenziale per il rilascio del neurotrasmettitore. 
La tetanospasmina interferisce con la neurotrasmissione a livello delle sinapsi spinali dei neuroni inibitori. La conseguenza è che gli stimoli minori si traducono in spasmi incontrollati e i riflessi sono esagerati. 

Il periodo di incubazione va da 5 giorni a 15 settimane, con una media di 8-12 giorni.

La maggior parte dei casi si verifica in individui non vaccinati. 

Le persone a rischio sono adulti più anziani, lavoratori migranti, neonati e tossicodipendenti per via parenterale. 

Mentre le ferite da puntura sono particolarmente inclini a causare il tetano, qualsiasi ferita, compresi morsi o decubiti, può essere colonizzata e infettata dal C tetani.

I farmaci nel demente

Alcuni farmaci possono essere utili per gestire la perdita di memoria e i problemi comportamentali.

Anticolinesterasici: possono aiutare a ritardare il declino cognitivo e preservare la capacità funzionale per circa 12 mesi in caso di demenza di Alzheimer lieve o moderatamente grave.
Tacrine (Cognex), 40 mg al di

Donepezil (Aricept), 5 mg per os al di 5 giorni, quindi 10 mg per os al di

Effetti collaterali includono nausea, vomito, diarrea, e insonnia.



La vitamina E, 2000 IU per os al di, è utile per ritardare la progressione verso il collocamento del paziente in casa di cura di 4-6 mesi.



La tiamina, 100 mg per os al di, per i pazienti con una storia di alcolismo importante (previene la sindrome di Wernicke-Korsakoff).



Antipsicotici atipici: questi farmaci controllano efficacemente agitazione, delirio e allucinazioni.
Quetiapine (Seroquel), 25-100 mg 
oppure
Risperidone (Risperdal), 1–2 mg per os al di
oppure
Olanzapine, 5 mg per os al di


Antipsicotici tipici: non usati molto frequentemente, a causa dei forti effetti collaterali anticolinergici.
Aloperidolo (Haldol), 1-2 mg per os 3 volte al di



Benzodiazepine: attenzione vi é rischio di disinibizione paradossa negli anziani agitati. Non molto utili come monoterapia, possono essere utili come in aggiunta per i sintomi della "sindrome del sole calante"



SSRI: la depressione e l'ansia si verificano nel 40-50% dei pazienti dementi.
Citalopram (Celexa), 10-20 mg per os al di

Intossicazione da antidepressivi triciclici, un antidoto

Bicarbonato 1 - 2 meq/kg  e.v. , poi bicarbonato di sodio a goccia lenta (due o tre ampolle da  50 ml di nahco3) aggiunte a 1 litro diglucosata al 5d 5w) alla velocitá di 150 - 200 ml/ora. 
Controlla e monitorizza il ph arterioso ed il bicarbonato sierico. L'alcalinizzazione blocca le anomalie cardiache

I tumori del collo. Diagnosi

Diagnosi differenziale
La diagnosi differenziale per una massa maligna del collo include le seguenti patologie:
carcinoma a cellule squamose
adenocarcinoma
linfoma
neoplasie tiroidee 
melanoma.


Test diagnostici

Poiché i tumori che hanno origine altrove, nel corpo, possono anche presentarsi con una massa del collo, dovrebbe sempre essere eseguita un'anamnesi  approfondita ed un esame fisico, insieme alla valutazione per potenziali siti primari

Una biopsia con ago fine per la citologia è preferita come passo iniziale per la valutazione di una massa del collo senza un chiara origine primitiva.

La biopsia a cielo aperto può essere utile se il sospetto di linfoma è elevato. 

Se la citologia mostra un carcinoma a cellule squamose, un adenocarcinoma, o un cancro epiteliale anaplastico/indifferenziato e non è stato identificato alcun tumore primitivo, allora dovrebbe essere fatto un PET/TC. 

Un Test per HPV ed EBV è raccomandato in caso di presenza di cellule squamose o istologia indifferenziata. 

Se l'imaging non rivela un tumore primitivo, dovrebbe essere eseguita l'endoscopia con biopsia alla cieca di potenziali siti 
nel nasofaringe
nelle tonsille
alla base della lingua 
a livello del seno piriforme.


Trattamento
Se non viene trovato alcun sito primitivo e il tumore è suscettibile di resezione, la resezione chirurgica può essere il primo trattamento. 

Se il tumore mostra estensione extracapsulare o coinvolgimento di più linfonodi, allora possono essere somministrate radiazioni postoperatorie.
Una dissezione a livello del collo è raccomandata per tutti i pazienti con adenocarcinoma tiroglobulina-negativa e calcitonina-negativa. 

Dopo la dissezione, la gestione dipende dai risultati patologici. 

Possono essere raccomandate radio o chemioterapia, a seconda della quantità di malattia nodale o della presenza di caratteristiche avverse. 

Se la patologia mostra carcinoma a cellule squamose o altre quadri istologici non comuni, la resezione chirurgica a livello del collo è in genere la gestione iniziale, seguita da radio o chemioterapia simultanea, a seconda dei risultati patologici.

È possibile prevenire alcune malattie con:

Acido folico

Per le donne in età fertile che hanno intenzione di rimanere incinta, 0.4 mg PO al di è raccomandato per prevenire i difetti del tubo neurale.


Calcio

Per gli uomini e le donne in premenopausa, si raccomanda 1000 mg PO qd di  Ca2+ elementare
Per le donne in postmenopausa, 1500 mg PO al di

Il carbonato di calcio contiene il 40% di Ca2 elementare/pillola e deve essere assunto con cibo per un maggiore assorbimento.

Il citrato di calcio (21% di Ca2 elementare/pillola) ha un migliore assorbimento nei pazienti con minore acidità dello stomaco (ad esempio, anziani, paz. in terapia con inibitore della pompa protonica).


Vitamina D

Per i pazienti con etá superiore a 50 anni, 200–400 IU PO al di per aiutare a prevenire l'osteoporosi. 

Per i pazienti >65 o con osteoporosi, si raccomandano 400-800 IU PO al di. Molti integratori di calcio aggiungono anche vitamina D.


Aspirina

81–325 mg PO al di sono raccomandati per la prevenzione primaria nei pazienti ad alto rischio di malattie cardiache (rischio di eventi cardiovascolari >1,5%/anno) e nei pazienti con ipertensione e TIA.

È raccomandata per la prevenzione secondaria in pazienti con malattia cardiaca accertata o incidente cerebrovascolare.

L'ASA con rivestimento enterico ha meno effetti collaterali gastrointestinali


Multivitaminici

Considera l'aggiunta di un multivitaminico ai farmaci assunti, soprattutto se il paziente ha uno stato nutrizionale scadente.


ricorda
 PO = per os (per bocca)

Anemia normocitica, trattamento (in breve)

Trattamento della malattia di base (insufficienza renale, malattia cronica, ipotiroidismo).

Trasfondi se necessario.

Eritropoietina:
Insufficienza renale: 50 - 100 u/kg sc 3 volte alla settimana
Chemioterapia: 150 u/kg sc 3 volte alla settimana
Hiv/aids: 100 u/kg sc 3 volte alla settimana

Definizioni in ginecologia

Menorragia: mestruazioni prolungate (> 7 giorni) o abbondanti (> 80 ml)

Metrorragia: emorragia irregolare

Menometrorragia: mestruazioni prolungate o abbondanti ed emorragie irregolari

Polimenorrea: mestruazioni ad intervalli inferiori a 21 giorni

Oligomenorrea: mestruazioni ad intervalli superiori a 35 giorni

Sanguinamento uterino disfunzionale: la causa più comune di sanguinamento uterino anomalo in adolescenti e donne in perimenopausa. É una diagnosi di esclusione. Oltre il 90% dei casi é anovulatorio il resto è ovulatorio.

Screening delle malattie sessualmente trasmesse

Nel sospetto cerca la clamidia, la gonorrea e la sifilide, in pazienti con:

recenti partner sessuali o molteplici partner sessuali
in pazienti con precedenti di malattie sessualmente trasmesse
in pazienti che fanno sesso per denaro o droga, e nelle donne in gravidanza.


Considera lo screening di routine in tutti i pazienti adolescenti sessualmente attivi e nei pazienti con precedenti di malattie sessualmente trasmesse


Considera anche i test per l'hiv, e l'epatite b e c nei pazienti ad alto rischio.

Creatinina

Valori normali

Maschio adulto < 1,2 mg/dl (si 106 mmol/l)

Femmina adulta < 1,1 mg/dl (si 97 mmol/l)

Bambino 0,5 - 0,8 mg/dl (si 44 - 71 mmol/l)


Rappresenta una stima clinicamente utile dell'GFR (filtrato glomerulare)

I valori normali di GFR sono compresi tra i 91 e i 120 mL/min; tanto più tale valore decresce, quanto più vi è il rischio di andare incontro a un danno renale.

In generale, un raddoppio della creatinina equivale ad una riduzione del 50% del filtrato glomerulare.

La creatinina
aumenta in caso di: insufficienza renale (prerenale, renale, da ostruzione, farmaco indotta (fans, aminoglicosidi,altri), gigantismo, acromegalia, ingestione di carne arrostita, falsamente positiva in caso di chetoacidosi diabetica

Rapporto albumina/globulina (nel siero)

Normale > 1

Come si calcola
albumina diviso per il totale delle globuline

Riduzione
cirrosi, malattie del fegato, sindrome nefrosica, glomerulonefrite cronica, cachessia, ustioni, infezioni croniche e stati infiammatori, mieloma

Principali cause di morte nella demenza di Alzheimer

sepsi

polmonite

embolia polmonare o altre malattie associate all'immobilità

16 novembre 2019

La prealbumina

La prealbumina o transtiretina è un altro tipo di proteina prodotto dal fegato. 
Ha una emivita di 2 - 3 giorni, che la rende un indicatore dei cambiamenti dello stato nutrizionale acuto rispetto all'albumina. 
Il livello può essere diminuito in pazienti con malattia epatica, danni tessutali diffusi, malnutrizione, perdita di proteine o infiammazione, nonché in pazienti che assumono estrogeni o contraccettivi ormonali
Più basso Il livello di prealbumina, maggiore è il rischio di mortalità. 

La prealbumina veicola la tiroxina e la vitamina a in tutto il corpo; pertanto, i bassi livelli di prealbumina riducono il trasporto di queste sostanze. 

I livelli di prealbumina elevati sono stati riscontrati in pazienti con malattia di Hodgkin ed in quelli che assumono un farmaco antinfiammatorio non steroideo.

15 novembre 2019

Ipertrofia prostatica benigna: l'obesità aumenta il rischio fino al 40%

CATANIA – L’obesità può aumentare fino al 40% il rischio di sviluppare l’ipertrofia prostatica benigna, una malattia che colpisce più di 6 milioni di italiani over 50. Ma ancora sottostimata, nonostante sia caratterizzata da sintomi evidenti: necessità di alzarsi più volte durante la notte per urinare, urgenza di vuotare la vescica in modo frequente anche durante il giorno e getto di urina che diventa sempre più debole con una sensazione di mancato svuotamento. Troppi pazienti si rivolgono all’urologo solo quando i segnali sono presenti già da tempo e ben il 75% abbandona le terapie dopo alcuni mesi. Per arrestare l’incremento progressivo della patologia, è necessario agire in due direzioni: da un lato, sensibilizzare gli uomini sull’importanza di seguire una dieta sana e praticare attività fisica costante. Soprattutto al Sud, dove sovrappeso e obesità rappresentano una vera e propria epidemia: interessano il 50,9% della popolazione in Campania, il 48,4% in Calabria e il 46,6% in Sicilia.

Dall’altro lato, è essenziale agire quanto prima con farmaci efficaci, come l’estratto esanico di Serenoa repens, per combattere l’infiammazione che è all’origine della malattia. Per questo gli urologi lanciano dal IX Congresso Nazionale SIUT (Società Italiana Urologia Territoriale), in corso a Catania, una grande campagna educazionale che si svolgerà nel 2020: “Il Sabato del villaggio – l’urologo del territorio in linea”, con un numero verde che tutti i cittadini possono contattare ogni sabato per ottenere informazioni sulle problematiche urologiche.

“La sindrome metabolica, condizione che implica una quantità eccessiva di grasso corporeo a livello addominale (oltre ad aumento della glicemia, ipertensione, alterati valori di colesterolo HDL e trigliceridi nel sangue), è strettamente correlata all’infiammazione che provoca l’ingrossamento della ghiandola prostatica e i conseguenti sintomi urinari – spiega Corrado Franzese, Presidente SIUT -. Inoltre l’obesità condiziona negativamente anche la risposta alle terapie. Da qui l’importanza di informare la popolazione sul ruolo degli stili di vita sani. L’urologo del territorio rappresenta il ‘front office’ della domanda urologica dei cittadini, grazie al link diretto con il medico di medicina generale. Vogliamo mantenere un atteggiamento proattivo nei confronti della popolazione, per evitare che i pazienti si rivolgano allo specialista solo quando hanno già sviluppato i sintomi, espressione di una malattia ormai in atto. Possiamo svolgere un ruolo decisivo nella prevenzione e nel controllo dell’ipertrofia prostatica benigna. Basta pensare che il 65% delle nostre visite ambulatoriali riguarda proprio questa malattia. E, ogni anno, un urologo del territorio visita in media 3.900 pazienti con ipertrofia prostatica benigna”. Ne è colpito il 50% degli uomini di età compresa fra 51 e 60 anni, il 70% dei 61-70enni, per arrivare al picco del 90% negli ottantenni.

“Nella maggior parte dei casi, sono proprio le compagne a spingere gli uomini a recarsi dallo specialista, perché più inclini a sottoporsi agli esami di prevenzione – afferma Vincenzo Mirone, Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia dell'Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ -. Nella percezione comune, l’ipertrofia prostatica benigna è vista come un semplice disturbo, con una conseguente diffusa sottovalutazione. Un errore grave e pericoloso, anche perché alcuni sintomi dell’ipertrofia prostatica benigna sono comuni al cancro della prostata. Solo il medico è in grado di arrivare a una diagnosi certa. Se trascurata, l’ipertrofia prostatica benigna può progredire fino a causare ritenzione urinaria con l’impossibilità di vuotare la vescica. La vittima di una prostata che cresce è proprio la vescica. Il rischio è di ‘sfiancare’ completamente quest’organo e di far soffrire i reni. Ciononostante, solo il 22,4% dei pazienti segue correttamente le terapie”.

“Circa il 75% degli uomini abbandona i trattamenti dopo pochi mesi – continua il dott. Franzese -. Uno dei motivi è costituito dall’impatto di alcuni farmaci sulla vita sessuale, in particolare vi possono essere conseguenze negative sull’eiaculazione e sulla libido in seguito all’assunzione di determinati alfa litici e inibitori della 5-alfareduttasi. L’estratto esanico di Serenoa repens, invece, non ha effetti negativi sulla sessualità e ha dimostrato di ridurre in maniera statisticamente significativa, di circa il 30%, l’infiammazione che è all’origine della malattia ed è presente in 3 pazienti su 4 affetti da sintomi del tratto urinario inferiore. È importante che l’infiammazione sia trattata quanto prima”. Sulla base dei numerosi dati di efficacia, l’ente regolatorio europeo (European Medicines Agency, EMA) ha redatto nel 2015 un report, indicando l’estratto esanico come l’unico estratto di Serenoa repens supportato da sufficienti evidenze in grado di sostenerne un ampio utilizzo nell’ipertrofia prostatica benigna come farmaco di riconosciuta efficacia e sicurezza.

“Oltre all’impatto negativo sulla sessualità, un altro dei motivi della scarsa aderenza alle terapie va ricondotto all’insufficiente comunicazione medico-paziente – sottolinea Antonio Magi, Segretario Generale SUMAI (Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria) -. Lo specialista deve essere in grado di far capire al paziente che l’ipertrofia è una malattia cronica che, come l’ipertensione, va curata per tutta la vita. Per questo, tutti gli uomini over 50 dovrebbero sottoporsi a una visita specialistica una volta all’anno”.

“La dieta scorretta e le abitudini di vita sbagliate sono tra i principali fattori di rischio – conclude Mauro Gacci, Dirigente Medico di Urologia presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze e membro delle più importanti linee guida Europee (EAU-European Association of Urology) ed Internazionali (SIU-Societè International d’Urologie) sull’ipertrofia prostatica benigna -. La riduzione del sovrappeso può determinare un miglioramento dei disturbi urinari collegati all’ingrossamento della prostata. Una dieta povera di grassi e zuccheri può prevenire e curare l’infiammazione cronica della prostata che, nel corso degli anni, può portare all’ingrossamento della ghiandola e allo sviluppo dei conseguenti sintomi e disturbi urinari ad essa correlati. Piatti ricchi di Omega-3 e con effetto antinfiammatorio, il pesce, la crema di riso integrale, l’olio extravergine di oliva e di riso sono indicati per correggere le cattive abitudini a tavola; fra le verdure le carote, la zucca, le zucchine, il cavolo, il finocchio, la cicoria, le rape e le radici in genere. Al contrario, vanno limitati i cibi contenenti gli Omega-6, perché agiscono come cofattori negli stati infiammatori della prostata, in particolare le carni fresche e conservate, i salumi e gli insaccati, le uova, i fritti, i dolci e le bevande zuccherate, i formaggi grassi e le farine raffinate. È importante infine, svolgere un’attività fisica moderata con una certa regolarità negli anni: fare lunghe camminate a spasso svelto, andare in bicicletta almeno un paio di volte a settimana, ma anche giocare a tennis o a calcio, o andare regolarmente in palestra o in piscina può avere un impatto clinico molto significativo sui pazienti affetti da disturbi urinari legati alla prostata”.

14 novembre 2019

Tumore del seno: "5300 nuove diagnosi in fase metastatica nel 2019"

ROMA – Sono 5.300 nel 2019, in Italia, le nuove diagnosi di tumore del seno già in fase metastatica: rappresentano circa il 10% del totale. Grazie ad armi sempre più efficaci, alla disponibilità di farmaci innovativi e all’integrazione delle terapie sistemiche con i trattamenti locali, il carcinoma mammario metastatico oggi è una malattia trattabile, con una sopravvivenza mediana di 24-36 mesi. E, a 5 anni, il 25% di queste pazienti è vivo. Risultati impensabili solo 10 anni fa. Alle nuove strategie nella cura della malattia è dedicata la sesta edizione dell’International Meeting on New Drugs and New Insights in Breast Cancer, in corso all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo.

“In Italia vivono circa 815mila donne dopo la diagnosi della malattia - afferma il prof. Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Congresso -. Oggi abbiamo molte armi a disposizione, dalla chemioterapia all’ormonoterapia alle terapie target fino all’immunoterapia. Tutte le pazienti devono essere trattate nelle Breast Unit, cioè in Centri di Senologia, dove è più alta l’adesione alle linee guida, migliore l’esperienza degli specialisti ed è garantita l’adozione di un approccio multidisciplinare. A livello europeo, è stabilito che possano definirsi Breast Unit solo le strutture che trattano almeno 150 nuovi casi ogni anno. La multidisciplinarietà ne è l’elemento fondante. La formazione di un team coordinato favorisce il raggiungimento di un alto livello di specializzazione delle cure, dallo screening fino alla riabilitazione, ottimizzando qualità e tempistica delle prestazioni, con l’obiettivo principale di prolungare e migliorare la vita delle pazienti”.

È dimostrato che, nelle strutture ad alto volume, la sopravvivenza a 5 anni raggiunge l’83,9% (rispetto al 78,8% nei centri che trattano fra i 50 e i 99 casi ogni anno e al 74,9% con meno di 50). “Il lavoro efficiente di un gruppo multidisciplinare produce appropriatezza, coerenza e continuità dei percorsi diagnostico-terapeutici – continua il prof. Cognetti -, traducendosi in un miglioramento dell’utilizzo delle risorse umane ed economiche, indispensabile per sostenere i costi crescenti della malattia”. Il “peso” economico del tumore della mammella, in Italia, raggiunge i 540 milioni di euro ogni anno (considerando ospedalizzazioni e assistenza previdenziale). Circa la metà (52%) è rappresentato dai costi ospedalieri, oltre il 41% dalle uscite previdenziali legate alla disabilità parziale al lavoro ed il restante 7% da una disabilità lavorativa completa.

“Oggi – spiega il prof. Cognetti - il carcinoma della mammella, con 53.500 nuovi casi nel 2019, è in assoluto il più frequente fra i cittadini del nostro Paese. Le nuove armi hanno cambiato radicalmente le prospettive di cura, infatti la mortalità è significativamente diminuita nel periodo 2003-2014 in tutte le classi d’età, in particolare dello 0,9% ogni anno nelle donne under 50, dello 0,8% fra le 50-69enni e dello 0,4% nelle over 70. In quindici anni, l’effetto combinato di screening e terapia adiuvante (cioè somministrata dopo la chirurgia) ha contribuito a ridurre la mortalità di più del 30%”.

“Oltre ai progressi nella malattia avanzata e metastatica, oggi si registrano notevoli miglioramenti nel trattamento adiuvante delle pazienti già sottoposte a chirurgia, effettuato per ridurre il rischio di recidiva – continua il prof. Cognetti -. In particolare, numerosi studi hanno dimostrato la validità dei test genomici nell’orientare la scelta del tipo di terapia, con la possibilità in circa il 40% delle pazienti di evitare trattamenti chemioterapici inutili e dannosi. Purtroppo questi test sono disponibili e rimborsabili dalla Regione solo in Lombardia”. I diffusi programmi di screening mammografico e la maggiore sensibilizzazione delle donne all’aumento dell’incidenza del carcinoma mammario hanno portato, negli ultimi anni, a un consistente incremento di diagnosi di carcinomi in stadio precoce. La chirurgia conservativa ha progressivamente sostituito la mastectomia nel trattamento delle neoplasie in stadio iniziale, perché, associata alla radioterapia, è in grado di garantire alle pazienti le stesse percentuali di sopravvivenza globale e libera da malattia e migliori risultati estetici, oltre all’indubbio vantaggio psicologico collegato alla conservazione della mammella, che si traduce in una migliore qualità di vita.

“La chemioterapia resta un’arma fondamentale nella lotta contro la malattia – sottolinea la dott.ssa Alessandra Fabi, Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma -. Se la malattia è in stadio iniziale, la strategia terapeutica può prevedere una combinazione di chirurgia, terapia farmacologica (chemioterapia, ormonoterapia, trattamento con anticorpi monoclonali) e radioterapia. In particolare, la chemioterapia ha lo scopo di ridurre il rischio di ripresa della malattia a livello locale e generale. Convenzionalmente si utilizzano regimi di associazione contenenti antracicline e taxani prolungati per circa 6 mesi. È importante che, se somministrata dopo la chirurgia, la chemioterapia venga iniziata non appena la paziente abbia completato il decorso operatorio e, comunque, entro 90 giorni dall’intervento: specialmente nei tumori più aggressivi, definiti triplo negativi, l’intervallo tra chirurgia e avvio della chemioterapia è correlato alla prognosi, con una significativa minore efficacia con un intervallo superiore a tre mesi. Se il tumore è in fase localmente avanzata, la malattia è considerata non operabile in prima scelta. Considerato anche l’elevato rischio di diffusione metastatica in questo stadio, la chemioterapia è il trattamento d’elezione, che deve comunque essere integrato con la chirurgia e la radioterapia. Nella fase metastatica, la chemioterapia può integrarsi con terapie ormonali, farmaci biologici, chirurgia, radioterapia e terapie di supporto”.

Vi sono diversi sottotipi della neoplasia, definiti in relazione alle alterazioni molecolari. “Questo ci consente di scegliere in maniera altamente selettiva il trattamento in relazione alle caratteristiche di ogni sottogruppo – afferma il prof. Maurizio Scaltriti, Direttore Associato del Center for Molecular-Based Therapies al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York -. In alcuni tipi di tumore della mammella (15-20% del totale) una proteina, HER2, è presente in quantità eccessiva, causando così una crescita rapida e incontrollata delle cellule malate. Dal punto di vista biologico, è una delle forme più aggressive e, in passato, non essendoci armi disponibili, queste pazienti presentavano la prognosi peggiore. Oggi invece, grazie a terapie mirate che bloccano il recettore HER2 e che sono utilizzate sia nelle forme iniziali non metastatiche che in quelle metastatiche, è cambiato radicalmente il decorso clinico”. Inoltre, come evidenziato in una recente pubblicazione a firma del prof. Scaltriti, una percentuale rilevante di tumori alla mammella positiva per i recettori ormonali e HER2 negativa (HR+/HER2-), un sottotipo che include circa il 65% di tutti i casi metastatici, presenta due mutazioni distinte del gene PIK3CA. Questa alterazione genetica rende questi tumori spiccatamente sensibili agli inibitori di PI3K, recentemente entrati nello scenario clinico.

Altri passi avanti sono stati fatti proprio per queste pazienti HR+/HER2- in postmenopausa con la patologia metastatica. “È dimostrato che la combinazione di ormonoterapia e delle nuove terapie a bersaglio molecolare (inibitori di CDK4/6) è migliore rispetto alla sola ormonoterapia standard: la sopravvivenza libera da progressione è raddoppiata – continua il prof. Cognetti -. Non solo. Nessun regime di chemioterapia si è dimostrato più efficace rispetto alla combinazione. In queste pazienti, la pratica clinica si sta progressivamente allontanando dall’impiego della chemioterapia per adottare la combinazione, in prima linea, di diverse molecole a bersaglio molecolare con la terapia endocrina”.

“È importante stimolare interazioni tra gli scienziati provenienti da diversi Paesi e fornire loro i mezzi necessari per svolgere attività di ricerca - conclude il prof. William J. Gradishar, Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia del Medicine Robert Lurie Comprehensive Cancer Center della Northwestern University di Chicago -. Oggi abbiamo a disposizione molte armi per combattere questo big killer: prevenzione, diagnosi precoce, chirurgia conservativa, chemioterapie combinate, terapie ormonali e farmaci biologici che permettono di assicurare la guarigione alla maggioranza delle donne colpite. I risultati presentati al convegno confermano come la strategia vincente sia quella di tarare la terapia sulle caratteristiche specifiche delle pazienti”.

13 novembre 2019

Bambini con paralisi cerebrale: una scoperta dei Centri Padre Pio migliora la qualità della vita

SAN GIOVANNI ROTONDO (FG) - Un passo importante per la ricerca sulla riabilitazione dei bambini affetti da paralisi cerebrale è stato segnato dalla Fondazione Centri di Riabilitazione Padre Pio Onlus di San Giovanni Rotondo. Con un recente studio pubblicato sull’accreditata rivista di settore ‘International Journal of Medical Sciences’ - primo del genere in letteratura - sono stati mostrati i progressi nel trattamento del drooling (la scialorrea) con l’utilizzo di vibrazioni muscolari focali.

L’importante attività di ricerca del centro di eccellenza è stata condotta su 22 piccoli pazienti degli “Angeli di Padre Pio”, per i quali sono stati registrati evidenti miglioramenti, misurati con scale di riferimento scientifiche. Nel 40% dei casi, infatti, i bambini affetti da paralisi cerebrale infantile presentano ‘drooling’ dovuto a disfunzioni del controllo motorio orale, oppure a disfagia, disordini sensitivi intra-orali, difficoltà nel coordinare testa, tronco e muscolatura oro-facciale.

Il drooling, che comporta la perdita di saliva dalla bocca, è una condizione che ha ripercussioni molto spiacevoli sia per i bambini che per genitori, ma anche per gli operatori sanitari. Le conseguenze del fenomeno sono socialmente gravose: rifiuto e isolamento sociale, indumenti perennemente umidi e sporchi, odore sgradevole, pelle screpolata e irritata, infezioni della bocca. Nei casi più gravi, si arriva alla disidratazione, difficoltà nel parlare, fino ad arrivare addirittura al danneggiamento di oggetti come libri, tablet o altri ausili per la comunicazione.

“Si tratta di un aspetto spesso sottovalutato dall’equipe riabilitativa - spiega la Dott.ssa Serena Filoni, direttore sanitario degli Angeli di Padre Pio e firmataria dello studio. La scialorrea può essere curata con l’utilizzo di farmaci, con interventi invasivi, con trattamenti logopedici, ma spesso si va incontro a effetti collaterali o a benefici meramente transitori.

Con l’approccio oggetto dello studio, invece, abbiamo dimostrato come il controllo motorio e il rafforzamento muscolare possono essere influenzati da una potente stimolazione propriocettiva, attraverso la vibrazione appunto, che raggiunge la corteccia somato-sensoriale e motoria attivando le fibre afferenti. La vibrazione, dunque, potrebbe favorire la riorganizzazione della corteccia motoria e somatosensoriale. I bambini che presentavano una sciaolorrea da moderata a grave, sono stati poi sottoposti al trattamento di vibrazione locale con Crosystem sui muscoli sottoomandibolari. Abbiamo incluso 22 pazienti nello studio. Dopo il trattamento, tutti i bambini sono stati rivalutati e i risultati sono stati sorprendenti. C’è stato un miglioramento statisticamente significativo in tutti i test effettuati sia subito dopo il trattamento che a distanza di 3 mesi”.

Questo approccio apre ora scenari di trattamento interessanti per una serie di motivi. Innanzitutto, perché può essere sottoposto anche a pazienti che non collaborano agli altri approcci, aumentando così le possibilità di successo. Inoltre è un trattamento breve, di sole 3 sedute, che agisce sulle cause del problema e non ha effetti collaterali.

Infine, la vibrazione può aver influenzato il sistema oro-facciale migliorando la coordinazione, il tono muscolare, la forza muscolare, la capacità sensoriale, migliorando così la “gestione” della saliva nella bocca. La deglutizione della saliva, una volta acquisita, viene costantemente allenata durante la giornata, in modo da potenziare gli effetti del trattamento, anche al follow-up. Si tratta quindi di un metodo “potenzialmente” duraturo e di grande impatto sulla qualità della vita dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

SCHEDA/COS'È IL DROOILING - La scialorrea (drooling), è una condizione clinica caratterizzata da un anomalo ed eccessivo accumulo di saliva nella cavità orale con caduta dal margine delle labbra. È un fenomeno fisiologico nei bambini fino a 2 anni, che può anche persistere fino al completamento della dentizione (4-6 anni) e che si arresta spontaneamente con il raggiungimento della maturazione motoria oro-facciale; la persistenza oltre i 6 anni è da considerarsi patologica.

Alcune forme di scialorrea o drooling sono dovute ad una ad una eccessiva produzione di saliva come succede in caso di infiammazioni, infezioni, oppure in alcune malattie neuromuscolari come la SLA o il Parkinson. Altre forme di scialorrea sono invece dovute all’incapacità di mantenere la saliva all’interno della bocca, per deficit di coordinazione, per scarso controllo del capo, del collo, delle labbra, oppure per alterata motilità della lingua o per disfunzioni sensoriali.

11 novembre 2019

Tumori neoendocrini: "Ritardi fino a 7 anni per diagnosi corrette"

MILANO – Sono rari e “silenziosi”, perché solo nel 20% dei casi mostrano sintomi specifici. Le conseguenze possono essere gravi, perché per due terzi dei pazienti colpiti dai tumori neuroendocrini (NET, Neuro-endocrine Tumors) i ritardi nella diagnosi arrivano fino a 7 anni. In Italia, ogni 12 mesi, sono stimati circa 2.700 casi di queste neoplasie, classificate come rare perché interessano meno di 6 persone ogni 100mila abitanti. Il nostro Paese è al vertice in Europa per numero di centri certificati dalla Società Europea dei tumori neuroendocrini (ENETS, European Neuroendocrine Tumor Society): sono 8 e uno dei criteri indispensabili per ottenere il riconoscimento è la soglia minima di casi da trattare ogni anno, pari a 80. A queste patologie eterogenee e difficili da individuare e gestire è dedicato un media tutorial oggi a Milano.

“I NET possono insorgere in numerosi organi: nel 60% dei casi, si sviluppano a livello del tratto gastro-entero-pancreatico, dove la componente cellulare neuroendocrina è più diffusa, interessando l’intero tratto dall’esofago al retto, incluso il pancreas – spiega il prof. Massimo Falconi, Presidente Itanet (Associazione Italiana per i Tumori Neuroendocrini), Direttore del Centro del Pancreas dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e docente ordinario Università Vita-Salute di Milano -. La seconda sede più frequente è rappresentata dal tratto broncopolmonare (25%). Il principale problema del paziente colpito da una neoplasia rara è ‘dove andare’, cioè a quale istituzione oncologica riferirsi. Una corretta diagnosi e una buona decisione clinica iniziale di tipo multidisciplinare sono fattori cruciali. Non raramente, l’intervento chirurgico iniziale non è programmato su una diagnosi preoperatoria e deve poi essere ripetuto. Per affrontare in modo corretto queste patologie, è richiesta una competenza multispecialistica che include l’oncologo medico, il chirurgo, l’endocrinologo, il gastroenterologo, il medico nucleare, il radiologo, il patologo e il radiologo interventista. Solo in questo modo è possibile garantire al paziente precisione nella diagnosi e accesso al miglior percorso di cura”.

“Le forme funzionanti manifestano segni specifici, ma rappresentano solo il 20% dei casi – afferma il dott. Carlo Carnaghi, Responsabile Unità di Oncologia Ospedale Provinciale di Bolzano -. Sono caratterizzate da un’eccessiva secrezione di ormoni o di altre sostanze attive che, prodotte in eccesso, esaltano la loro funzione. Ad esempio, i pazienti colpiti da insulinoma, che secerne una quantità inappropriata di insulina, presentano crisi ipoglicemiche e svenimenti soprattutto a digiuno. Vi sono poi NET che producono gastrina con ulcere recidivanti. La sindrome da carcinoide è la più frequente e rappresenta più del 40% di tutte le sindromi delle forme funzionanti. È associata a eccessiva secrezione di serotonina da parte delle cellule tumorali, con diarrea, vampate di calore al volto e al collo, broncospasmo e scompenso cardiaco. Ulteriori sintomi possono essere iperidrosi, perdita di peso e comparsa di lesioni cutanee simili a quelle associate alla pellagra. Circa l’80% dei casi è però costituito dalle forme non funzionanti o non secernenti, che non esprimono ormoni in grado di determinare sintomi specifici”.

Per questo, solo quando la massa tumorale raggiunge dimensioni significative o compromette la funzionalità di specifici organi, la malattia diventa sintomatica. I NET non funzionanti vengono spesso individuati in modo casuale nel corso di accertamenti condotti per altre cause e tardivamente. Infatti circa il 60% dei tumori neuroendocrini è diagnosticato in fase avanzata. Ma la sopravvivenza a 5 anni, nel nostro Paese, è elevata, superiore al 60%. Proprio perché, negli ultimi anni, le armi a disposizione hanno permesso di realizzare passi in avanti significativi. “Siamo di fronte a patologie molto diverse fra loro, che richiedono un approccio personalizzato e una gestione integrata da parte di vari specialisti – sottolinea il dott. Carnaghi -. Mancano studi che indichino quale sia la migliore sequenza terapeutica da seguire. Pertanto è difficile capire quale sia la strategia più efficace da adottare in prima istanza. Servono più sperimentazioni in questo senso. La terapia dei tumori neuroendocrini è cambiata in maniera radicale negli ultimi anni, perché nuovi approcci terapeutici hanno determinato la revisione degli standard di cura”. “Se la patologia è localizzata, trova una risposta nella chirurgia, che porta a guarigione alte percentuali di pazienti – continua il prof. Falconi -. La malattia metastatica può giovarsi della chirurgia solo in rari casi. In questa fase, entrano in campo le terapie farmacologiche. Dalla chemioterapia, che è tuttavia efficace solo in alcune forme, agli analoghi della somatostatina, ai farmaci ‘bersaglio’, fino alle strategie locoregionali come la embolizzazione o la termoablazione epatica. Recentemente è stata inoltre approvata anche in Italia la terapia radiorecettoriale, che, attraverso la somministrazione di un radiofarmaco, è in grado di veicolare una ‘energia distruttiva’ mirata in modo specifico sulle cellule tumorali”.

Un’indagine ha approfondito il vissuto dei pazienti: qualità del sonno e intimità di coppia sono gli aspetti più colpiti dalla patologia. Per circa un terzo l’impatto sulla professione è significativo e 4 su 10 sono stati costretti a lasciare il lavoro (per il malessere fisico o psicologico e per il tempo richiesto dalle terapie). “Per l’80% il percorso che ha condotto alla diagnosi è stato difficile (molto per il 53% e abbastanza per il 27%) – spiega Barbara Picutti, consigliere Net Italy (Associazione Italiana Pazienti con tumori neuroendocrini) -. Dai risultati dell’indagine, soltanto la metà si sente adeguatamente informata rispetto alle diverse dimensioni della patologia, dalle aspettative di vita ai servizi a disposizione dei malati, fino al decorso e possibili conseguenze del tumore. E solo il 50% si sente completamente soddisfatto del rapporto con il medico. Per il 73%, le principali iniziative da sviluppare riguardano proprio la formazione di team di specialisti. Le lacune nell’assistenza possono pregiudicare l’esito delle cure, riducendo le opportunità di trattamento e la gestione efficace della malattia. Le associazioni dei pazienti, che l’indagine evidenzia come uno dei canali principali di informazione per i malati di tumore neuroendocrino, devono assumere un ruolo chiave nell’affrontare questi problemi in stretta collaborazione con i clinici e con le Istituzioni, collaborando per potenziare e migliorare l’accesso alle informazioni, all’assistenza e alla ricerca cui tutti i malati hanno diritto”.

“Le manifestazioni cliniche della sindrome da carcinoide (in particolare diarrea e problemi cardiaci) rappresentano l’aspetto più grave della malattia, con implicazioni di tipo prognostico – afferma il dott. Carnaghi -. Trattamenti farmacologici permettono una netta riduzione dei sintomi nell’80% dei casi. Non solo. Nella maggioranza dei pazienti, questi trattamenti consentono di rallentare l’evoluzione della malattia in modo significativo”.

“I tumori neuroendocrini possono rimanere silenti per anni, crescono lentamente spesso senza causare sintomi specifici – conclude il prof. Falconi -. Difficilmente un clinico può affrontare da solo e con perizia questa patologia rara e complessa. Serve un’alleanza tra le diverse figure professionali competenti. Inoltre, è necessario concentrare risorse e conoscenze in centri di riferimento e condividere il più possibile le esperienze acquisite. Uno degli obiettivi di Itanet è indicare sia ai clinici che ai pazienti un percorso di cura chiaro e definito, promuovendo la diffusione delle nuove conoscenze e il loro trasferimento nella pratica clinica. I centri di riferimento devono rappresentare un servizio per il paziente, il territorio e la comunità medica. La rarità della patologia e la richiesta di competenze specifiche devono fare sì che non solo lo specialista ma anche il medico di famiglia, che per primo visita il paziente, sappiano indirizzarlo al centro di riferimento più vicino. Inoltre vanno promossi progetti di ricerca nazionali e internazionali, per individuare terapie sempre più basate sull’evidenza”.

9 novembre 2019

Ritirato dal mercato nuovo lotto medicinale influenzale: ecco info

ROMA - Il ritiro immediato su tutto il territorio nazionale di un ulteriore lotto di un medicinale influenzale dagli scaffali è stato disposto dalla Società A. Menarini, diretta produttrice dello stesso. Questo farmaco è molto utilizzato soprattutto in questo periodo per combattere le affezioni del sistema respiratorio. Tra le patologie per le quali se ne raccomanda l’uso vi sono bronchiectasie, broncopneumopatia cronica ostruttiva, faringite acuta, influenza, laringite acuta, laringite cronica, polmonite, raffreddore, rinite allergica e tosse.

Nello specifico l’azienda ha dettagliato in una nota diffusa da Codifi - Consorzio Stabile per la Distribuzione, tutte le informazioni relative al richiamo. Si tratta delle confezioni del lotto n. 81001 con scadenza 2-2021 da 200 ml di sciroppo mucolitico ‘Mucoaricodil’ con autorizzazione AIC 033561046. E’ a base del principio attivo Ambroxolo Cloridrato, appartenente alla categoria mucolitici ed è commercializzato in Italia dall’azienda A. Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite S.r.l..

8 novembre 2019

"Aumenta il rischio per il sistema cardiovascolare", nuovi studi 'contro' la sigaretta elettronica

ROMA - Non si creda che l’alternativa fornita dalle sigarette elettroniche costituisca un “toccasana” per la salute dei fumatori. Sono numerosi gli studi che si stanno focalizzando sugli effetti dei vapori descritti dai produttori come assolutamente innocui e che purtroppo stanno rivelando numerose criticità anche di questi apparati. A dimostrarlo l’ennesima ricerca dell'Ohio State University, che hanno trovato sempre più dati sui loro effetti collaterali, come spiegano sulla rivista "Cardiovascular Research".

«Le e-cig contengono nicotina, particolato, metalli e aromi, non solo dell'innocuo vapore acqueo - commenta Loren Wold, coordinatrice dello studio -. Dagli studi sull'inquinamento atmosferico sappiamo che il particolato fine entra in circolazione e ha effetti diretti sul cuore. I dati sulle sigarette elettroniche vanno in questa direzione».Le prove dei loro effetti dannosi sul cuore e i vasi sanguigni si vanno accumulando. La nicotina aumenta la pressione del sangue e il battito cardiaco, mentre il particolato fa indurire le arterie, con effetti sui polmoni.

«Molti studi hanno esaminato gli effetti acuti dello svapo, ma l'effetto dell'esposizione cronica non è stato analizzato», aggiunge. Inoltre gli ingredienti e il modo di rilascio non sono standardizzati. Gli apparecchi di nuova generazione rilasciano più vapore concentrato per periodi più lunghi: ciò significa che i primi studi fatti hanno sottostimato il loro effetto.

«Molte compagnie non pubblicano il contenuto dei loro liquidi, sostenendo che ne sono proprietari - continua la Wold -. Servono più prodotti uniformi per studiare gli effetti acuti e cronici di ogni componente da solo e in combinazione». E a chi non ha mai usato nicotina, il consiglio è di evitare le sigarette elettroniche. «È troppo rischioso - conclude - pensare che non si diventerà dipendenti e non si avranno conseguenze negative. Non ne vale la pena. Le e-cig non sono un'alternativa innocua al fumo di tabacco».

Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, fumare le sigarette elettroniche non ne vale la pena. Troppo rischiose per il sistema cardiovascolare. E' sempre bene ricordare alcuni principi di salute che appaiono banali ma che aiutano senz’altro a vivere meglio: fumare, così come avere un’alimentazione insalubre e uno stile di vita sedentario può contribuire ad occludere ed indurire la parete arteriosa, causando la condizione nota come arteriosclerosi. Altri rischi legati a questo problema sono l’angina e le malattie coronariche.

6 novembre 2019

Cura dei denti, l’importanza di avere gengive sane

C’è una parola chiave, un concetto capace di regolare più aspetti della vita di ciascuno. Il riferimento è alla prevenzione, ovvero a tutte quelle attività che mirano a evitare un disagio anche grave, che può condizionare in peggio la quotidianità. La prevenzione è decisiva soprattutto in ambito medico e, in particolare, in quello dentistico dove molto semplicemente è possibile identificarla come la miglior cura per mantenere dei denti sani. Il sorriso è il primo biglietto da visita di una persona che si interfaccia nelle relazioni di tutti i giorni, proprio come è simbolo e identità anche di affermati divi del cinema. Ecco perché è importante concentrarsi in primis sulla salute delle proprie gengive, continuamente esposte all’esterno. Nel caso in cui si riscontrino gonfiori o arrossamento c’è una sola cosa da non fare: sottovalutare i possibili rischi che si celano dietro questo sintomo. Una semplice gengivite può degenerare in parodontite che, conosciuta anche come ‘piorrea’, è una patologia che può portare alla distruzione dei tessuti che sostengono i denti con il rischio di perderli, ma che può anche condurre ad altre complicazioni per la salute, come spiegato sul blog del dentista Sante Vassallo. Soprattutto nelle forme più gravi può portare all’immissione in circolo di batteri patogeni. E, di conseguenza, a un aumento generalizzato dell’infiammazione all’interno dell’organismo. Complicazioni particolarmente pericolose possono insorgere in gravidanza e in quelle persone che soffrono di diabete, in quest’ultimo caso perché quando il paziente ha una glicemia alta aumenta il rischio che la parodontite progredisca: questo compromette la possibilità di mantenere un corretto controllo glicemico.

I sintomi e i rischi della parodontite per la salute
Secondo un recente studio, peraltro, le infiammazioni gengivali rappresentano un reale problema per circa venti milioni di persone in Italia, per otto di questi il disturbo porta alla parodontite mentre per tre milioni c’è il rischio di perdere uno o più denti in conseguenza della patologia. E’ anche vero che intorno alla parodontite c’è poca consapevolezza, in pratica le stime parlano di due italiani su tre che non conoscono affatto la patologia e le sue conseguenze. E’ dunque evidente che bisogna iniziare dal saper riconoscere quelli che sono i segnali che arrivano dalla bocca, in modo da non sottovalutare i possibili problemi gengivali. Sempre tenendo presente che tutte le infezioni dentali, se sottovalutate, possono creare spiacevoli complicazioni. Ma come riconoscere i segni di una parodontite? Quando ci si lavano i denti è utile osservare se vi sia la presenza di una infiammazione che sta provocando un sanguinamento: la gengivite, infatti, è il primo campanello di allarme. La reazione della maggior parte delle persone è lasciar perdere, in attesa che il fenomeno passi, con il risultato che spesso la situazione finisce per aggravarsi. La tempestiva diagnosi di un esperto dentista può scongiurare conseguenze negative: una precisa igiene orale quotidiana e periodiche sedute di igiene professionale sono in generale la ricetta perfetta per evitare ogni rischio. Il fatto di sottovalutare i sintomi di una parodontite può voler dire alito cattivo, gonfiore e mobilità dentale: da qui si può anche arrivare alla perdita di uno o più denti.